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UNA GIORNATA DI CORAGGIO CON I DETENUTI DI OPERA
Le azioni di coraggio non sono finite con la Route!


Un Progetto oltre i muri: leggi l'articolo di Sara Caspani (Pattuglia comunicazione Agesci Lombardia)
2 Maggio 2015: un muro che circonda tutti e quattro i lati delle case di cemento, un corridoio stretto e due zone recintate di prato. Siamo all’interno della Casa di Reclusione di Opera dove i Clan di Rozzano 1 e di Opera 1 hanno scelto di costruire un Campo scout con i detenuti del carcere.


Matteo, Marisa e Marcello, Capi Clan dei rispettivi gruppi, ci raccontano il loro progetto mentre attendono di consegnare i documenti ai poliziotti e di lasciare lo zaino con i cellulari: non è infatti possibile portare “dentro” alcunché di elettronico o che possa trasportare informazioni. Entriamo con solo il furgoncino delle attrezzature e una trentina di ragazzi pronti a servire.


Come è nata l’Azione di Coraggio...

“Abbiamo cominciato ad interessarci della realtà delle carceri lo scorso anno in vista della Route Nazionale” – ci dicono Denise e Silvia scolte del Clan/Fuoco di Rozzano – “attraverso un incontro con un carcerato e un giurista al Forum regionale. Poi la voglia di capire è cresciuta e abbiamo assistito allo spettacolo teatrale il Mito di Sisifo a cui hanno preso parte i detenuti delle carceri di Bollate, San Vittore e Opera.” In seguito il Clan ha partecipato ad altri incontri con giuristi, approfondendo temi quali la Restorative Justice, o Giustizia Riparativa, che prevede una considerazione del reato in termini principalmente di danno alle persone. Da lì la scelta sempre più consapevole di voler servire il territorio, partendo dal territorio stesso. Il Clan di Rozzano aveva già avuto esperienza di una giornata con i detenuti della Casa, condannati per spaccio, mafia e furto, mentre il Clan di Opera si è aperto al progetto da quest’anno.


“Papà l’hai costruito tu?”

Un giro di nomi e il clima, ad un primo impatto teso, si distende non appena ci si mette al lavoro: nodi, paleria e un foglio con le firme di tutti i partecipanti da fissare sul portale. Qualcuno ci scherza sopra “con questi nodi possiamo costruirci le scale per uscire”, ma dietro al comportamento apparentemente disinvolto ci sono sguardi segnati che avvertono la mancanza di una semplice giornata all’aria aperta, di quelle che diamo per scontate. “Perchè ci mettiamo a costruire?” - chiede qualcuno. Disabituati a realizzare qualcosa con le proprie mani, è proprio questo il primo tentativo dei Clan: regalare la soddisfazione di veder concretizzato un progetto, costruire con loro il rapporto insieme alla fatica, fino all’orgoglio più grande, quello del pomeriggio, quando arriveranno a far visita ai detenuti le famiglie, chiamate in via eccezionale a passare del tempo insieme nella zona verde. Saranno loro stessi a spiegare ai loro figli cosa e come sono riusciti a fare l'alzabandiera, il portale e tende.

Nessuno dei carcerati si isola o evita il rapporto con i ragazzi del Clan, c’è chi racconta con una certa libertà la propria storia, chi inventa nodi “simpatici”, chi preferisce giocare a frisbee. Anche le nazionalità son diverse, ma il cuore dell’evento è lo stesso per tutti: valorizzare l’aspetto di cui più son privi stando in carcere: la paternità verso i loro figli.

Così, tra una partita a Roverino e la condivisione del pranzo con piatti preparati da Rover e Scolte e la pizza della panetteria del carcere, un segno di croce e si crea la complicità da entrambe le parti. I discorsi vanno dalle condizioni di vita in cella alle manifestazioni per l’Expo. Ci si scambia esperienze e “sembra quasi di non essere in carcere” a detta di uno di loro. Anche i poliziotti di sorveglianza si permettono di fare foto e provare i giochi che il Clan ha preparato.


8 ore di attività per continuare a vivere

Quando poi vedi correrti davanti decine di bambini vocianti che pur di non aspettare un minuto di più si gettano a toccare, guardare e baciare i propri papà attraverso la grata, il fiato non può non venire meno. Secondo il Regolamento i detenuti possono ricevere alcune visite dalle famiglie. E viene da chiedersi il senso che daremmo noi a 8 ore della giornata, sufficienti a volte a malapena per riposarsi. Viene da riflettere che invece 8 ore possono essere un valido motivo di vita per sopportarne altre centinaia passate in cella. La comunicazione tra dentro e fuori è permessa attraverso lettere e la maggior parte degli incontri con le famiglie sono colloqui in cui i bambini passano in secondo piano.

Per questo motivo si è messo in atto il progetto Bambini senza Sbarre, 2 ore al mese dedicate al disegno e alla pittura dei papà con i loro bambini, disegni che vediamo percorrendo lo stretto corridoio che conduce dalla portineria all’interno del carcere.

Un detenuto ci confessa di essere emozionato perché esattamente quel giorno è il compleanno della figlia di 11 anni: le ha scritto una lettera e chiede a Matteo di leggerla per dargli un suo parere; un altro ha tatuato lungo tutto il braccio la scritta: I love my family; tutti ci chiedono foto con le famiglie, e ancor prima da soli per aver consapevolezza di come sono diventati. Le foto dell’evento gli saranno poi consegnate dai Clan, su un CD controllato dalla Polizia per essere poi a loro disposizione. Il tempo che scorre vede le famiglie ricomporsi, parlare attorno ad un cerchio di canti e bans, e sembra quasi di stare ad una Chiusura di Gruppo.


Un nuovo orizzonte


Si smonta tutto, ma prima di uscire guardiamo in alto e il pensiero istintivo è che anche tra mura di cemento si possa continuare a sperare, o almeno questo testimoniano lo scautismo e i ragazzi di Clan: “Viviamo per l’oggi, il futuro è sullo sfondo”. I più ci salutano con un Buona Fortuna. Buona Fortuna a voi: Mimmo, Christian, Winston..., adesso che ormai scende la sera, e che bisogna tornare alle nostre Strade di Coraggio di tutti i giorni, mentre loro restano qua. Si può chiamarla Giustizia, perché le azioni che compiamo, volenti o nolenti, condizionano la realtà comportando delle conseguenze, ma dopo questa esperienza ci si accorge che perchè ci sia una Giustizia riabilitativa della persona,  bisogna che il carcere sia come l’abbiamo vissuto oggi: un luogo di crescita, prima ancora che di condanna.